Gli italiani e le miniere di carbone in Belgio

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Gli italiani e le miniere di carbone in Belgio

Italiani nelle miniere in BelgioL'utilizzo e l'strazione del carbone fossile in Belgio e, più in particolare, nella Vallonia, risale alla notte dei tempi. Nel paese ci sono le miniere più antiche del mondo. L'estrazione del carbone fu per molto tempo un'attività stagionale: i lavori nei campi si alternavano a quelli nelle miniere. Lo sviluppo dell'industria carbonifera si fondò sullo sfruttamento di masse di operai, le cui condizioni di lavoro erano difficili e precarie. Fino alla Prima Guerra Mondiale, fare il minatore era una tradizione familiare che si trasmetteva di generazione in generazione. I minatori erano infatti legati alla loro fossa, quasi con orgoglio.

Léonard Louis BERTOLLIN, valdostano di Saint-Christophe, fu il primo minatore italiano in Belgio ufficialmente censito. Ironia della sorte, iniziò a lavorare la vigilia di Natale del 1888 nella miniera di Bois-du-Luc, la più vecchia società mineraria belga. Parte così il cammino dell'emigrazione italiana verso il Belgio legato a doppio filo con il carbone, fitto di eventi drammatici (867 i minatori italiani morti per incidenti dal 1946 al 1963) ai quali bisogna aggiungere la lunga fila di minatori deceduti silenziosamente a causa della silicosi (riconosciuta solo nel 1964 come malattia professionale).

Negli anni in cui vengono conclusi i vari accordi bilaterali tra Italia e Belgio, come il protocollo del 23 giugno 1946 ed il protocollo dell'11 dicembre 1957 gli immigrati italiani si dirigono in misura considerevole verso le miniere di carbone del Belgio: sono circa 24.000 nel 1946, oltre 46.000 nel 1948.  Per convincere le persone ad andare a lavorare in miniera in Belgio, l'Italia viene tappezzata di manifesti di colore rosa che presentano unicamente i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. A parte un periodo di flessione corrispondente agli anni '49-'50, nel 1961, gli italiani rappresentano il 44,2 per cento della popolazione straniera in Belgio, raggiungendo le 200.000 unità.

Poi, la tragedia. L'8 agosto 1956, dieci anni dopo la firma di quell'accordo, 262 minatori rimasero intrappolati nella miniera di Marcinelle, di questi, 136 erano italiani. Fu questo un disastro che passò alla storia come la tragedia di Marcinelle.  Uno scoppio, ed immediatamente le fiamme invasero i cunicoli della miniera, cunicoli alti non più di 50 cm in cui erano costretti a lavorare i nostri minatori. L'11 agosto, tre giorni dopo, i soccorritori riuscirono ad estrarre dalla miniera i primi due corpi a quota 835 metri. Ma solo dopo undici giorni di duro lavoro i corpi degli altri 260 minatori vennero restituiti alle famiglie. I lavori nella miniera ripresero nell'aprile del 1957. Nel 1967 la miniera venne chiusa definitivamente.

Questi lavoratori venivano in prevalenza dalle regioni del Sud. Dei 136 minatori italiani che perirono a Marcinelle nelle viscere della miniera di "Bois du Cazier", 60 morti erano abbruzzesi, 22 pugliesi, 12 marchigiani, 7 molisani, 5 veneti e 4 calabresi, per citare le regioni più colpite. Trenta persone erano originarie di Manoppello e Lettomanoppello in provincia di Pescara.

Oggi gli italiani in Belgio rappresentano la prima comunità straniera, perfettamente integrata, che vanta personalità, protagonisti della vita politica (come l'ex vice primo ministro Elio Di Rupo), sociale e culturale belga.

 

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